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Dic
04

Copyright o copyleft? Creative Commons!

Una delle prime dispute nate sul valore culturale di Internet è stata quella tra i difensori del diritto d’autore (che si richiamano alle singole normative degli Stati per individuare, in ogni creazione dell’ingegno, un’opera protetta commercialmente e/o intellettualmente) e i fautori del copyleft che invece propugnano per Internet la possibilità  di far circolare liberamente le idee (e le opere).

Vediamo qualche dettaglio su queste due licenze:

  • Il copyright (termine di lingua inglese che letteralmente significa diritto di copia) è una forma di diritto d’autore in uso nel mondo anglosassone, in tempi recenti sempre più prossimo a divenire sinonimo del diritto d’autore vigente in Italia. àˆ solitamente abbreviato con il simbolo ©.
  • L’espressione inglese copyleft, gioco di parole su copyright, indica un tipo di licenza libera per la quale, pur garantendo le libertà  previste dalla definizione, vengono imposte delle restrizioni sul rilascio di opere derivate in modo tale da far sì che queste si mantengano sempre libere, generalmente sotto la stessa licenza dell’opera originale. L’espressione copyleft, in un senso non legale, può essere vista come il contrario di copyright, perchà© priva l’autore dell’opera di alcuni suoi diritti e li cede all’utente. Naturalmente, è l’autore stesso che decide di usare questo tipo di licenza e quindi è lui stesso che decide di perdere alcuni suoi diritti.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea? “Non è possibile una mediazione tra le due posizioni?”. Più o meno, è il ragionamento che sta alla base del progetto Creative Commons (CC), un’organizzazione non-profit nata negli Stati Uniti nel 2001 da Lawrence Lessing, la cui sede è nella prestigiosa Stanford Law School e che vive grazie all’impegno di esperti di informatica e di diritto. E’ una licenza definita come share alike (condividi allo stesso modo), ovvero una licenza copyleft parziale (o non completa): essa si propone di offrire una protezione più flessibile alle opere di ingegno tutelate dal diritto d’autore e contemporaneamente di favorire la diffusione di contenuti creativi attraverso strumenti di facile e libero utilizzo. Per facilitarne la diffusione e massimizzarne l’efficacia giuridica in altre giurisdizioni, Creative Commons ha lanciato l’iniziativa International Commons (iCommons) che ormai coinvolge decine di paesi e consiste, in una prima fase, nella traduzione e adattamento delle licenze alle giurisdizioni nazionali. Per l’Italia, il progetto è seguito da un gruppo di lavoro coordinato da Marco Ricolfi dell’Università  di Torino, a cui si sono affiancati, per gli aspetti tecnici, ricercatori dell’Istituto di Elettronica e Ingegneria dell’Informazione e Telecomunicazioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IEIIT-CNR) con sede al Politecnico di Torino. Le licenze italiane sono state presentate nel dicembre 2004, due anni esatti dopo l’introduzione delle CCPL originali, e sono disponibili su www.creativecommons.org e sul sito italiano www.creativecommons.it

Le “CC” sono pensate per differenti discipline intellettuali quali la musica, la cinematografia, la fotografia, la letteratura e la produzione generica di testi o di altri contenuti creativi; attenzione, però, su un punto molto importante: offrire il proprio lavoro sotto la licenza Creative Commons non significa cedere il proprio copyright, ma soltanto offrire alcuni diritti a condizioni ben definite che liberano in parte i diritti che proteggono le opere creative, permettendone una migliore distribuzione e diffusione senza togliere la paternità  o altri diritti a coloro che le hanno create.

Ecco i dettagli delle Creative Commons Public Licenses (CCPL) italiane (versione 2.5):

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